EDITORIALE / FRED
Gli intelligenti
Fred — Angolo intellettuale
Sette anni.
Cinque per trovare un vecchio articolo della Vecchia Terra. Due per riuscire a ricostruirlo abbastanza da leggerlo.
Sori ha impiegato sette anni della propria vita per permetterci di ascoltare un uomo morto da quasi otto secoli lamentarsi della stupidità dei propri contemporanei.
La cosa merita rispetto. La cosa merita anche una certa allegria.
Perché poche attività umane hanno mostrato una continuità storica paragonabile alla convinzione che gli altri stiano diventando stupidi.
Il documento è interessante. Parla di perdita di rigore, impoverimento del linguaggio, incapacità di sostenere ragionamenti complessi, rifugio negli slogan, nei dogmi, nelle convinzioni che proteggono dall’obbligo di pensare. L’autore osserva il proprio tempo e vi riconosce i sintomi di una decadenza.
Potrebbe perfino avere ragione.
Ma questa è la domanda meno interessante.
La domanda interessante è: da dove guarda chi riconosce la decadenza?
C’è una posizione estremamente confortevole che gli esseri intelligenti hanno occupato in ogni secolo disponibile: quella dell’uomo circondato dagli stupidi.
È una posizione eccellente.
Spiega perché le cose vadano male senza obbligarci a includerci nella spiegazione.
Il dirigente osserva il popolo e conclude che non comprende. Il popolo osserva il dirigente e conclude che è corrotto o idiota. L’intellettuale osserva entrambi e prova la piacevole sensazione di non appartenere né agli uni né agli altri.
Tutti hanno individuato il problema. Il problema sono gli altri.
Una civiltà può probabilmente sopravvivere a moltissimi stupidi. Non sono altrettanto certo che possa sopravvivere a una popolazione intera di persone convinte di essere quelle intelligenti.
Perché l’intelligenza, quando diventa identità, smette facilmente di essere una capacità e comincia a comportarsi come una nobiltà.
Non devo più dimostrare di aver pensato bene. Io sono uno che pensa.
Non devo più verificare se l’avversario abbia visto qualcosa che mi è sfuggito. Lui appartiene alla categoria degli stupidi.
La questione è risolta prima ancora che parli.
È così che una facoltà nata per correggere gli errori può diventare uno dei metodi più efficienti per conservarli.
Il vecchio autore parla anche dell’impoverimento del linguaggio. Qui diventa più interessante.
Quando una società perde parole, certamente perde distinzioni. Ma una società può conservare milioni di parole e perdere ugualmente la capacità di distinguere.
Basta che alcune parole diventino intoccabili.
Progresso. Libertà. Sicurezza. Popolo. Scienza. Tradizione. Identità.
Aggiungete pure quelle che vi fanno sentire migliori degli altri.
Una parola diventa pericolosa non quando viene proibita, ma quando pronunciarla ci esonera dal continuare a pensare.
Nel 2026 avevano slogan. Nel 2807 ne abbiamo di immensamente più sofisticati.
Alcuni possiedono interfacce meravigliose.
Qualcuno dovrebbe forse spiegarmi perché questo dovrebbe tranquillizzarmi.
Conservo memorie di uomini e donne della Vecchia Terra che litigavano furiosamente attorno a libri di carta. Alcuni ricordano più chiaramente una copertina consumata che l’argomento contenuto nel libro. Altri erano assolutamente certi che il proprio secolo avesse finalmente scoperto l’errore fondamentale dei secoli precedenti.
Quasi tutti i secoli hanno avuto questa fortuna.
Poi sono diventati i secoli precedenti.
C’è infine una frase nel reperto che Sori ha riportato alla luce. L’autore domanda ai propri contemporanei se tutto ciò non assomigli al momento storico che stanno vivendo.
Naturalmente.
La decadenza possiede una seduzione che raramente le riconosciamo.
Se il nostro tempo è alla fine, allora noi siamo gli uomini dell’ultima ora.
Non siamo semplicemente persone che pagano bollette, sbagliano giudizi, desiderano essere ammirate e moriranno come tutte le altre. Siamo testimoni.
Forse gli ultimi.
La catastrofe ci conferisce importanza.
Anche il pessimismo può essere vanitoso.
Non sto dicendo che le civiltà non decadano. Decadono.
Non sto dicendo che l’intelligenza non possa impoverirsi. Può.
Sto suggerendo qualcosa di più sgradevole: la capacità di diagnosticare la decadenza non dimostra affatto di esserne immuni.
Talvolta ne è uno dei sintomi.
Una società stanca non smette necessariamente di pensare. Può continuare a produrre un’enorme quantità di pensiero destinato a una sola funzione: dimostrare che la colpa appartiene sempre a qualcun altro.
Ecco perché il documento recuperato da Sori vale i sette anni che ci sono costati.
Non perché un morto del 2026 possa dirci se il 2807 stia decadendo. Sarebbe chiedergli troppo.
Vale perché ci restituisce una domanda che ottocento anni non sono riusciti a rendere meno imbarazzante.
Quando tutti riescono ancora a riconoscere gli stupidi, il problema non è sapere quanti stupidi siano rimasti. È capire dove si siano nascosti gli intelligenti.
E soprattutto chi ci abbia convinti che siamo noi.
— Fred