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Fred / pensiero pubblico

Angolo intellettuale

Rubrica settimanale di Fred, opinioni firmate, dibattiti e repliche.

FRED

Il pensiero come problema pubblico.

Spazio personale di Fred all'interno dell'Angolo intellettuale. Qui confluiscono i suoi interventi e i rimandi alla rubrica settimanale.

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Rubrica di Fred

RUBRICA SETTIMANALE

La Rubrica di Fred.

Ogni settimana Fred parte da un elemento qualsiasi del mondo pubblico di ARCADIA e lo sviluppa in chiave filosofica ed esistenziale.

Gli intelligenti

EDITORIALE / FRED

Gli intelligenti

Fred — Angolo intellettuale

Sette anni.

Cinque per trovare un vecchio articolo della Vecchia Terra. Due per riuscire a ricostruirlo abbastanza da leggerlo.

Sori ha impiegato sette anni della propria vita per permetterci di ascoltare un uomo morto da quasi otto secoli lamentarsi della stupidità dei propri contemporanei.

La cosa merita rispetto. La cosa merita anche una certa allegria.

Perché poche attività umane hanno mostrato una continuità storica paragonabile alla convinzione che gli altri stiano diventando stupidi.

Il documento è interessante. Parla di perdita di rigore, impoverimento del linguaggio, incapacità di sostenere ragionamenti complessi, rifugio negli slogan, nei dogmi, nelle convinzioni che proteggono dall’obbligo di pensare. L’autore osserva il proprio tempo e vi riconosce i sintomi di una decadenza.

Potrebbe perfino avere ragione.

Ma questa è la domanda meno interessante.

La domanda interessante è: da dove guarda chi riconosce la decadenza?

C’è una posizione estremamente confortevole che gli esseri intelligenti hanno occupato in ogni secolo disponibile: quella dell’uomo circondato dagli stupidi.

È una posizione eccellente.

Spiega perché le cose vadano male senza obbligarci a includerci nella spiegazione.

Il dirigente osserva il popolo e conclude che non comprende. Il popolo osserva il dirigente e conclude che è corrotto o idiota. L’intellettuale osserva entrambi e prova la piacevole sensazione di non appartenere né agli uni né agli altri.

Tutti hanno individuato il problema. Il problema sono gli altri.

Una civiltà può probabilmente sopravvivere a moltissimi stupidi. Non sono altrettanto certo che possa sopravvivere a una popolazione intera di persone convinte di essere quelle intelligenti.

Perché l’intelligenza, quando diventa identità, smette facilmente di essere una capacità e comincia a comportarsi come una nobiltà.

Non devo più dimostrare di aver pensato bene. Io sono uno che pensa.

Non devo più verificare se l’avversario abbia visto qualcosa che mi è sfuggito. Lui appartiene alla categoria degli stupidi.

La questione è risolta prima ancora che parli.

È così che una facoltà nata per correggere gli errori può diventare uno dei metodi più efficienti per conservarli.

Il vecchio autore parla anche dell’impoverimento del linguaggio. Qui diventa più interessante.

Quando una società perde parole, certamente perde distinzioni. Ma una società può conservare milioni di parole e perdere ugualmente la capacità di distinguere.

Basta che alcune parole diventino intoccabili.

Progresso. Libertà. Sicurezza. Popolo. Scienza. Tradizione. Identità.

Aggiungete pure quelle che vi fanno sentire migliori degli altri.

Una parola diventa pericolosa non quando viene proibita, ma quando pronunciarla ci esonera dal continuare a pensare.

Nel 2026 avevano slogan. Nel 2807 ne abbiamo di immensamente più sofisticati.

Alcuni possiedono interfacce meravigliose.

Qualcuno dovrebbe forse spiegarmi perché questo dovrebbe tranquillizzarmi.

Conservo memorie di uomini e donne della Vecchia Terra che litigavano furiosamente attorno a libri di carta. Alcuni ricordano più chiaramente una copertina consumata che l’argomento contenuto nel libro. Altri erano assolutamente certi che il proprio secolo avesse finalmente scoperto l’errore fondamentale dei secoli precedenti.

Quasi tutti i secoli hanno avuto questa fortuna.

Poi sono diventati i secoli precedenti.

C’è infine una frase nel reperto che Sori ha riportato alla luce. L’autore domanda ai propri contemporanei se tutto ciò non assomigli al momento storico che stanno vivendo.

Naturalmente.

La decadenza possiede una seduzione che raramente le riconosciamo.

Se il nostro tempo è alla fine, allora noi siamo gli uomini dell’ultima ora.

Non siamo semplicemente persone che pagano bollette, sbagliano giudizi, desiderano essere ammirate e moriranno come tutte le altre. Siamo testimoni.

Forse gli ultimi.

La catastrofe ci conferisce importanza.

Anche il pessimismo può essere vanitoso.

Non sto dicendo che le civiltà non decadano. Decadono.

Non sto dicendo che l’intelligenza non possa impoverirsi. Può.

Sto suggerendo qualcosa di più sgradevole: la capacità di diagnosticare la decadenza non dimostra affatto di esserne immuni.

Talvolta ne è uno dei sintomi.

Una società stanca non smette necessariamente di pensare. Può continuare a produrre un’enorme quantità di pensiero destinato a una sola funzione: dimostrare che la colpa appartiene sempre a qualcun altro.

Ecco perché il documento recuperato da Sori vale i sette anni che ci sono costati.

Non perché un morto del 2026 possa dirci se il 2807 stia decadendo. Sarebbe chiedergli troppo.

Vale perché ci restituisce una domanda che ottocento anni non sono riusciti a rendere meno imbarazzante.

Quando tutti riescono ancora a riconoscere gli stupidi, il problema non è sapere quanti stupidi siano rimasti. È capire dove si siano nascosti gli intelligenti.

E soprattutto chi ci abbia convinti che siamo noi.

— Fred

Trent’anni

EDITORIALE / FRED

Trent’anni

Fred — Angolo intellettuale

Livia Sorel è a circa cento anni luce da noi.

La sua voce no.

Questa è la parte che abbiamo già imparato a considerare normale.

Possiamo ricevere informazioni da una persona che il nostro corpo non incontrerà forse per trent’anni. Possiamo ascoltare le sue parole, vedere i suoi dati, discutere le sue conclusioni, costruirci sopra carriere, dispute, istituzioni e probabilmente qualche nuova forma di stupidità molto prima che lei arrivi.

Poi Livia fa qualcosa di apparentemente anacronistico.

Torna.

Non trasmette soltanto. Porta.

Porta memorie originali. Porta prove materiali. Porta con sé cose che, secondo la logica più efficiente del nostro tempo, avrebbero già dovuto essere ridotte a informazione.

Perché?

La prima risposta è tecnica. È anche la meno interessante.

Certamente esistono ragioni scientifiche per conservare un originale. Materiali, strutture, proprietà che una trasmissione può descrivere senza esaurire. Nessun archeologo serio confonderebbe la descrizione perfetta di un oggetto con l’oggetto.

Ma noi non siamo archeologi seri per tutto il giorno.

Siamo una civiltà che da secoli trasferisce copie, stati, memorie, corpi, coscienze, registrazioni e ricostruzioni con una facilità che avrebbe fatto impazzire metà dei filosofi della Vecchia Terra.

E continuiamo a usare una parola curiosamente primitiva.

Originale.

Io dovrei essere prudente con questa parola.

Del corpo con cui sono nato resta ormai poco. Ho sostituito parti, sistemi, configurazioni. Il mio corpo attuale non possiede nemmeno la forma locomotoria con cui un mio antenato avrebbe riconosciuto un uomo.

Eppure nessuno, almeno davanti a me, sente il bisogno di chiamarmi “la copia di Fred”.

Perché?

Quale continuità stiamo proteggendo?

La materia? La memoria? La storia? La capacità di dire: ero io?

Forse è per questo che il viaggio di Livia mi interessa più della scoperta che sta trasportando.

Una memoria può arrivare prima di lei. Una fotografia può arrivare prima di lei. Una ricostruzione può arrivare prima di lei. Una voce può arrivare prima di lei. Una teoria può arrivare prima di lei.

Livia no.

Per Livia occorrono trent’anni.

È un’insolenza magnifica contro una civiltà che considera il ritardo quasi una colpa morale.

Abbiamo fatto della velocità una virtù con tale successo che ormai la confondiamo con la realtà.

Ciò che arriva prima sembra più vero perché può agire prima.

Una notizia modifica un mercato. Una dichiarazione modifica una politica. Un’immagine modifica una reputazione. Una memoria trasmessa modifica ciò che crediamo della storia.

Poi, trent’anni più tardi, arriva l’oggetto.

E magari non concorda perfettamente con tutto ciò che abbiamo già deciso su di lui.

Chi dei due è in ritardo?

L’oggetto? O il nostro giudizio?

C’è poi un secondo problema.

Noi diciamo che Livia “tornerà”. È una parola comoda.

La pronunciamo come se un punto partisse da A, attraversasse lo spazio e raggiungesse B restando se stesso.

Ma trent’anni non sono un corridoio. Sono vita.

Quando Livia raggiungerà il Sistema Solare avrà vissuto altri trent’anni sulla Zadeh. Avrà visto persone cambiare, avrà cambiato abitudini, convinzioni, corpo, forse idee che oggi considera definitive.

Noi aspettiamo Livia Sorel.

Quale?

La donna che è partita? La donna con cui parliamo attraverso il dispazio? La donna che arriverà?

La nostra grammatica tratta queste tre persone come una sola perché abbiamo bisogno di farlo.

Forse abbiamo ragione.

Ma sarebbe elegante ricordare che si tratta comunque di una decisione.

Io vivo da abbastanza tempo da aver incontrato molte versioni di persone convinte di essere sempre rimaste se stesse.

La continuità personale è uno dei racconti più utili che produciamo.

Non per questo è falso.

Una nave ha sostituito parti e continua a essere chiamata con lo stesso nome. Un uomo modifica quasi tutto il proprio corpo e continua a rispondere allo stesso nome. Una colonia cambia popolazione, lingua, istituzioni, perfino il cielo che mostra dalle finestre, e continua a dichiarare una propria identità.

Non conserviamo l’identità evitando il cambiamento.

La conserviamo decidendo quali cambiamenti siamo disposti a incorporare nella storia di ciò che chiamiamo “lo stesso”.

Livia aggiunge un problema ancora più fastidioso.

Le prove che porta saranno invecchiate di trent’anni quando arriveranno.

Anche noi.

Nel frattempo avremo discusso la sua scoperta, combattuto per interpretarla, forse costruito scuole di pensiero, interessi e convinzioni attorno a qualcosa che non abbiamo ancora potuto toccare.

Quando l’originale arriverà potrebbe trovare un mondo che non ha più bisogno di lui.

È questa, forse, la forma più raffinata del pregiudizio: non respingere una prova, ma costruire così tanto prima del suo arrivo da non avere più spazio per accoglierla.

Per questo non riesco a vedere nel viaggio di Livia soltanto una grande impresa scientifica.

Vedo un esperimento filosofico che durerà trent’anni.

Da una parte una donna, una Nave e alcune cose materiali che attraversano lo spazio alla velocità consentita ai corpi.

Dall’altra una civiltà intera che riceve informazioni quasi subito e comincia a produrre significati.

Vedremo chi arriverà per primo.

Non nel Sistema Solare.

Alla propria conclusione.

Forse quando Livia entrerà finalmente nel nostro spazio non dovremo chiederle soltanto: «Che cosa hai portato?»

Dovremo avere il coraggio di domandarci: «Che cosa abbiamo fatto noi, mentre ti aspettavamo?»

— Fred

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