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ARCADIALIVIA SOREL

VOCE PRIVATA / MEMORIA PERSONALE

Livia.
Quello che conservo.

Kant, Tuck, Fred, i ponti bassi e il tempo che il viaggio non restituisce.

Voce personale approvata dall’autore. Questa pagina è una lettura del personaggio: non attesta un diario pubblicato nel mondo di ARCADIA e non rende gli appunti accessibili ai giornalisti.

MEMORIA PERSONALE / DUE POSE

Stessa tuta. Stessi capelli. Stessi sogni.

Due fotografie personali di Livia nella cabina: posa giocosa e momento con una tazza, nella tavola originale fornita dall'autore
DUE POSE PERSONALI / REPERTORIO PERSONALE CANONICO / APPROVATO DALL'AUTORE

ALBUM PERSONALE / KANT

Foto ricordo.

Tre immagini dell’album personale approvate dall’autore. Pose e paesaggi restano reference TEST; non fissano episodi, età anagrafica o dettagli tecnici.

Livia adulta in posa sullo speeder sopra i canyon di Kant
KANT / CANYON · FOTO RICORDO TEST APPROVATA
Livia adulta in posa sul mezzo nella stazione di servizio
KANT / STAZIONE · FOTO RICORDO TEST APPROVATA
Livia adulta sullo speeder al crepuscolo
KANT / CREPUSCOLO · FOTO RICORDO TEST APPROVATA

QUADERNO PERSONALE / 01

I — KANT / LA DISTANZA

Su Kant ti regalano distanze. È l'unica cosa che abbiamo in abbondanza. Ci sono giorni in cui potresti andare avanti per ore senza vedere nessuno, con un veicolo capace di sorvolare mezzo mondo e abbastanza tecnologia addosso da impedire al mondo di ammazzarti. Poi torni a casa e trovi sempre le stesse facce. Le stesse domande. La stessa gente che sa quello che vuoi prima ancora che tu abbia deciso di volerlo.

Io volevo una città che facesse rumore. Non il rumore delle macchine: quello delle persone che si urtano perché sono troppe per la strada che hanno. Volevo poter entrare in un posto dove nessuno sapesse chi fossi. Per anni l'ho scambiato per un desiderio di libertà. Forse lo è. Forse volevo soltanto sottrarmi alla comodità con cui su Kant tutti possono raccontarti agli altri.

Studiare il passato, invece, mi piace proprio per l'opposto: i morti non si mettono in posa per me. Un oggetto arriva rotto, spostato, consumato. Se ti racconta qualcosa è perché sei riuscita a trovare una domanda che non lo costringa a mentire.

Le pietre erano grandi. È una descrizione da idioti eppure la prima cosa che ricordo è la vergogna di non trovare una parola migliore. Il fronte sembrava una muraglia; i contatti sembravano fatti per incastrarsi. Avevo voglia di urlare che qualcuno le aveva messe lì. Poi ho cominciato a misurare. Una parte del mio entusiasmo voleva una risposta subito. L'altra, quella a cui affido la reputazione, continuava a chiedermi: «E se fosse una roccia?».

Non ho smesso di desiderare che fosse un muro. Ho smesso di considerare quel desiderio un dato.

QUADERNO PERSONALE / 02

II — LA CIOTOLA / UN'ASSENZA

Continuo a chiamarla ciotola, anche se abbiamo un frammento e non un recipiente intero. È argilla fabbricata e cotta. Nessun disegno, nessun pigmento, niente che possa fingere di essere un messaggio lasciato apposta per la prima archeologa abbastanza fortunata da raccoglierlo.

Non arriva da un contesto di fondazione sigillato. Il deposito è rimaneggiato. Potrebbe essere passata di lì in una storia che non coincide affatto con quella delle pietre. Questo significa che non posso usarla per datare il muro, se muro è. Eppure la guardo più a lungo degli spettri, dei rilievi, di tutte le cose che mi rendono rispettabile in un laboratorio.

I numeri sono necessari, ma non hanno mai preso in mano una ciotola per bere. Qualcuno l'ha fatto. Non so chi; non so quando; non so se quel gesto abbia mai avuto qualcosa a che vedere con i grandi blocchi. Il mio lavoro consiste nel mantenere vive queste tre frasi, anche quando mi verrebbe da cancellarne due.

A volte vorrei che Kant fosse piena di altri archeologi disposti a darmi della cretina sul merito. Qui invece la notorietà arriva prima della verifica, e chi ti odia preferisce spesso parlare del tuo culo anziché delle tue misure. Non ho intenzione di vergognarmi delle mie fotografie per rendergli più facile credere alla mia ricerca. Ma mi fa incazzare dover difendere il diritto di avere un corpo ogni volta che apro un archivio scientifico.

QUADERNO PERSONALE / 03

III — TUCK / LA PRIMA DOMANDA

Tuck voleva intervistarmi quando Zadeh era abbastanza vicina a Kant da rendere possibile quell'incontro. Credeva alla spiegazione geologica. Io non gli ho fatto cambiare idea. È un fatto piuttosto divertente, considerato quanto tutto il resto sia cambiato.

L'ho desiderato. Non è una frase che mi costa scrivere. Mi è sempre sembrato sciocco chiedere scusa perché qualcuno ti piace. Mi piaceva che non fosse intimorito. Mi piaceva ancora di più metterlo in difficoltà. L'uomo che a ogni domanda aveva già pronta l'inquadratura perfetta perdeva per un attimo la misura della distanza quando ero io a scegliere dove mettere le mani.

Sapevo che aveva più potere, più denaro, più accessi e molti più anni di me. Pensavo che bastasse non inginocchiarsi. Non è la stessa cosa che essere alla pari; questo lo capisco benissimo quando mi ci metto, e subito dopo trovo il modo di raccontarmela diversamente.

Ho lasciato Kant anche per lui. Soprattutto per lui. Il viaggio mi permette di portare una ricerca dove forse qualcuno potrà contestarla seriamente, ma non mi imbarco per la sola nobiltà del metodo. Sarebbe la bugia più stupida fra tutte quelle che potrei scegliere.

Il suo TG può rendere interessante qualunque faccia e insignificante qualunque cosa. A volte lo guardo e penso che sia una capacità straordinaria. A volte penso che non dovrebbe appartenere a un solo uomo. Poi mi sorride e mi viene voglia di baciarlo, che non è un argomento contro la seconda opinione.

QUADERNO PERSONALE / 04

IV — I PONTI BASSI / LE PERSONE CHE SANNO PRIMA

Sui ponti bassi l'aria sa di lavoro, di panni umidi, di qualcosa che non conviene smontare perché potrebbe non ripartire. È il contrario dei luoghi dove vive Tuck. Là le cose si rompono in silenzio e spariscono prima che qualcuno le veda. Qui le aggiustano bestemmiando.

Il ragazzo della lavanderia era più interessante del ricevitore, almeno per un po'. Poi ho sentito il canto. Non attraverso un'immagine, non come la descrizione rassicurante di chi sa già tutto sulle Navi. L'ho sentito nello scafo, nella faccia, dentro la bocca. Mi sono ricordata delle pietre e del modo in cui la mia mente prova sempre a collegare ciò che non capisce. Mi sono fermata. Una somiglianza sentita nel corpo non è una prova.

Quella vecchia aveva capovolto il bicchiere prima che io percepissi la prima nota. Altri avevano smesso di parlare. Il proprietario aveva già abbassato la musica. La risposta più facile sarebbe dire che sapevano. Ma che cosa? Chi vive lì sente una vibrazione prima di me? Ha imparato a riconoscere un segnale tecnico? Si tratta di un rito? Oppure sto sbagliando l'ordine perché ricordo più chiaramente il canto di tutto il resto?

La registrazione non mi ha salvata. Quando ho filtrato il rumore sono comparse sillabe che sparivano appena cambiavo i parametri. Ho cancellato le elaborazioni e tenuto gli intervalli. È una differenza minuscola. È anche quella fra lavorare e inventarsi una favola.

La vecchia mi ha detto di ascoltare meglio la prossima volta. Potrei anche tornare per darle della stronza. Ma voglio tornarci soprattutto perché per un istante mi è sembrato che gli abitanti della Nave sapessero qualcosa che nessuno ha mai pensato di spiegare a chi arriva da fuori. Non significa che la sappiano davvero.

QUADERNO PERSONALE / 05

V — IL LABBRO / LE VERSIONI CHE MI RACCONTO

Tuck mi ha colpita. Il labbro faceva male. Poi gli ho detto di fermarsi e lui ha continuato. Posso scriverlo senza cambiare soggetto, senza lasciare che la frase diventi «è successo». È stato lui.

Questa mattina non sono diventata un'altra persona. Lo desidero ancora. Mi irrita molto più di quanto abbia voglia di ammettere. E so usare la mia volontà contro me stessa: posso trasformare una carezza in una prova d'amore, una scusa in un principio, il fatto di essere rimasta in una decisione eroica. Mi piace essere quella che sceglie, anche quando la scelta mi mette in un posto che detesto.

Non mi interessa essere innocente. Mi interessa non perdere il diritto di dire basta. Sono due cose diverse.

Il ragazzo ha visto abbastanza da farmi vergognare. Non del sesso. Del modo in cui ho contribuito a nascondere la ferita davanti al proprietario. Avevo pronta una battuta, una bugia, la faccia capace di rendere tutto una sciocchezza. Tuck ha sempre una versione spendibile delle cose. Stasera gliene ho prestata una anch'io.

Domani voglio tornare sui ponti bassi. Per parlare col ragazzo, con la vecchia, col ricevitore maledetto. Non so ancora quale di queste ragioni sia la più importante. So che non voglio chiedere a Tuck il permesso di scoprirlo.

QUADERNO PERSONALE / 06

VI — FRED / UN NOME CHE HA CAMBIATO PESO

Fred e io veniamo da Kant. È l'unica cosa che posso indicare senza aggiungere una storia. Lui è Fred; io sono una ragazza che cerca di impedire alla gente di scambiare il suo entusiasmo per un risultato. Mi scrive e mi prende sul serio abbastanza da contraddirmi. Per me è già molto.

Ha lasciato sapere che siamo in corrispondenza. Non ha pubblicato le nostre lettere, non ha certificato le mie conclusioni. Ha semplicemente spostato una luce. Persone che prima non aprivano il manoscritto adesso chiedono i dati. Tuck trova le mie pietre improvvisamente interessanti. Una vecchia in fondo a una lavanderia sa chi sono. O almeno conosce il mio nome.

Mi piacerebbe credere che Fred abbia riconosciuto qualcosa che gli altri non vedono. Mi piacerebbe ancora di più sapere che cosa. Ma il suo prestigio non è un reagente e la mia vanità non è una misura. Ho risposto alle obiezioni vere. La domanda su perché abbia reso nota la corrispondenza l'ho cancellata.

Non gli ho scritto del canto. Non perché abbia una teoria da proteggere. Proprio perché non ne ho una.

Sulle superfici di Kant due ultime occlusioni risalgono a circa sei o sette millenni prima del campionamento; un'altra racconta un episodio più recente. Sono tempi di eventi fisici, non compleanni di costruttori. Il residuo nei contatti ha alcune caratteristiche che sembrano promettenti, finché non lo metti accanto al cemento di una frattura naturale. Allora la storia si complica. Bene. È quello che fanno le storie vere.

Potrei perdere la controversia sull'artificialità delle mura. Potrei anche scoprire che la domanda giusta non era quella. Il mio lavoro è arrivare abbastanza lontano da saper distinguere le due cose. Per il resto, Fred può continuare a scrivermi. E magari, una volta tanto, dirmi che cosa vuole.

QUADERNO PERSONALE / 07

VII — LE MEMORIE / UNA FORMA DI RICCHEZZA

Su Kant impari presto che ricordare e poter consultare non sono la stessa cosa. C'è una differenza enorme fra sapere che un documento esiste e riuscire davvero a ottenere una memoria abbastanza integra da farci ricerca. Da ragazzina avevo scambiato la penuria per un tratto romantico del mio mondo. Noi, lontani da tutto, più liberi. Che bella cazzata.

Il giorno in cui qualcuno mi ha mostrato una riproduzione di Saqsaywaman non ho pensato di appartenere a una gloriosa stirpe di esploratori. Ho pensato a quante immagini della vecchia Terra non avevo mai visto. Non riesco nemmeno a sapere che cosa mi manca. È questo che fa incazzare: una porta chiusa almeno la vedi; l'assenza di una biblioteca può sembrare perfettamente normale a chi ci è cresciuto dentro.

Adesso vedo gente trattare gli archivi come se fossero aria. La disponibilità dell'informazione è una forma di ricchezza, anche quando nessuno ha l'eleganza di chiamarla così. Su Zadeh ci sono persone che sanno far aprire porte con una parola. Tuck è una di quelle. Fred ne apre altre senza nemmeno alzarsi.

Voglio poter rispondere alle obiezioni con le mie misure, non col nome di chi si interessa a me. E voglio che chi verrà dopo possa controllarle. Un risultato che devi difendere chiedendo un favore all'uomo giusto somiglia troppo a una storia raccontata bene e troppo poco a un esperimento.

QUADERNO PERSONALE / 08

VIII — ZADEH / IL TEMPO CHE NON SI RESTITUISCE

C'è una cosa che non entra bene in una presentazione scientifica: quando arriveremo nel Sistema Solare sarò più vecchia. Non è una metafora sul viaggio né una posa malinconica. È tempo della mia vita, speso in una direzione. Non posso metterlo da parte e recuperarlo più tardi, come una memoria difettosa che qualcuno abbia promesso di sostituire.

Non mi sono unita a Zadeh perché speravo che le mura mi avrebbero ricompensata con una scoperta meravigliosa. Avevo un lavoro da portare a persone capaci di criticarlo e un uomo che desideravo raggiungere. Erano due ragioni autentiche. In certe giornate faccio finta che la prima sia stata la più importante. In altre non mi prendo neppure la briga di mentirmi.

La Nave è una città intera e a volte riesce a farti sentire meno sola di un pianeta. Altre volte basta attraversare una paratia perché la città diventi un insieme di mondi che non si parlano. I ponti bassi e i quartieri di Tuck occupano lo stesso corpo, ma sembrano aver firmato due patti diversi con la realtà. Non avrei conosciuto quei luoghi se fossi rimasta a Kant. Non so ancora che cosa farmene.

Mi piacerebbe arrivare da qualche parte sapendo chi sono. È un desiderio infantile per una persona che passa le giornate a studiare oggetti privati del proprio contesto. Forse dovrei imparare dagli oggetti: non pretendono di raccontarti tutta la loro vita. Ti costringono a guardare ciò che conservano e ciò che è andato perso.

Le mura possono aspettare una risposta. La mia vita no. Non voglio che sia una ragione per imbrogliare sui risultati. Voglio solo ricordarmi perché, fra tutte le distanze possibili, ho scelto questa.