La lavanderia puzzava di detergente cotto, panni umidi e piscio vecchio. Una macchina batteva contro una paratia. Tre colpi, una pausa, altri tre. Qualche povero coglione aveva infilato un pezzo di gomma sotto il basamento. Non era servito a un cazzo.
Livia si fermò davanti a un ricevitore acustico con le budella di fuori. Conduttori anneriti, fascette, pezzi di tessuto isolante. Le saldature sembravano fatte sputando sul metallo.
Un ragazzo ci lavorava dentro con entrambe le mani. Aveva grasso sotto le unghie e un taglio vecchio sopra il sopracciglio.
«Funziona?»
«Se non mi rompi i coglioni mentre ci lavoro, magari sì.»
Livia si accovacciò. La tuta sintetica scricchiolò sulle ginocchia.
«Allora sei bravo.»
«Sono pagato per aggiustare questa merda. Non per fare conversazione.»
«E cosa ci senti?»
«Rumore.»
«Di che genere?»
«Di quello che fanno le cose quando stanno andando a puttane.»
Lei rise. Su Kant un apparecchio così vecchio sarebbe finito in una teca, con tre professori pronti ad accoltellarsi sulla provenienza dei componenti. Lì lo tenevano insieme con gli stracci.
«Posso toccarlo?»
«Puoi fare quello che ti pare. Poi, se prendi la scossa, non venirmi a rompere i coglioni.»
Livia sfiorò un conduttore. Il ragazzo alzò gli occhi e rimase con la pinza a mezz'aria.

«Livia.»
Tuck era sulla soglia, la giacca sul braccio, l'abito impeccabile. Il ragazzo lo riconobbe e smise immediatamente di sorridere.
«Signore.»
«Continua pure», disse Tuck. «È lei che ha il vizio di infilarsi dappertutto.»
«Sono un'archeologa», precisò Livia.
«Appunto.»
«Di solito quelli che disturbo sono morti.»
Il ragazzo rise. Tuck gli chiese chi fosse il responsabile del turno.
«Perché?»
«Vorrei segnalare il tuo lavoro.»
Il ragazzo si pulì le mani sui pantaloni.
«Non serve, signore.»
«Come preferisci.»
Tuck non aveva alzato la voce. Il ragazzo si era irrigidito.
Livia lo raggiunse, ma prima si voltò.
«Ci vediamo dentro?»
«Se questa puttana di scatola me lo permette.»
«Dalle un bacio da parte mia.»
Il locale era dietro un'altra paratia. Tavoli di metallo, sedili sfondati, bicchieri tutti diversi. L'aria sapeva di alcol cattivo, grasso di cucina e gente che aveva lavorato troppo a lungo.
Una donna dormiva con la testa sulle braccia. L'uomo seduto accanto le frugava nella borsa continuando a parlarle. Due operai litigavano per una bottiglia. Uno sputò sul pavimento; l'altro gli mollò una manata dietro il collo.
Dietro il banco c'erano immagini pornografiche, fotografie antiche di Zadeh e il manifesto strappato di una nave da guerra. Qualcuno aveva disegnato un cazzo sulla faccia di un personaggio importante.
«Guarda», disse Livia. «Finalmente un ritratto somigliante.»
Tuck non si voltò.
«Troviamo un tavolo.»
«Ti fa schifo?»
«È un posto di merda.»
«Però ci sei venuto.»
«Per portare te.»
«Che sacrificio, amore.»
Il proprietario arrivò quasi correndo.
«Tuck! Porca puttana, non ci credo.»
Gli afferrò la mano con entrambe le sue. Tuck ricordava il suo nome, quello della compagna e un problema avuto da suo figlio. Gliene chiese notizie. L'uomo si illuminò. Bastavano un nome e una domanda, e Tuck riusciva a far sentire chiunque la persona più importante della sala.
«E la signora?» chiese il proprietario.
Tuck esitò. Poco, ma Livia se ne accorse.
«Livia. Viene da Kant.»
Lei allungò la mano.
«Dormo da lui.»
Il proprietario scoppiò a ridere. Tuck no.
«È un'archeologa», aggiunse.
«Ah! Quella di Fred.»
A Livia morì il sorriso.
«Come?»
«Quella che si scrive con Fred. Se ne parla.»
«Chi ne parla?»
L'uomo allargò le braccia. Non ne aveva idea.
Tuck intervenne con la voce calda del notiziario.
«Fred segue alcune sue ricerche. Materiale molto interessante.»
Interessante. Fino alla settimana prima, per Tuck, le sue mura megalitiche erano rocce. Adesso che Fred le scriveva erano diventate interessanti.
«Mi fai commuovere», disse Livia.
Tuck le toccò il ginocchio sotto il tavolo.
«Non cominciare.»
Lei gli prese la mano e se la portò sulla coscia.
«Sono seria. Un giorno mi spiegherai come fai a capire il valore delle cose senza averle mai lette.»
Lui ritirò la mano. Il proprietario rise. Pensava che scherzassero.

Arrivarono le bevande. Le portava il ragazzo del ricevitore.
«Hai finito di far parlare quella scatola?»
«Per oggi.»
«Peccato. Speravo mi facessi sentire qualcosa.»
Lui le guardò la bocca.
«Non credo ti piacerebbe.»
«Non decidere tu cosa mi piace.»
Tuck posò il bicchiere.
«Possiamo ordinare?»
Livia trattenne il polso del ragazzo.
«Dopo vieni qui. Ho delle domande.»
«Sul ricevitore?»
«Magari.»
Il ragazzo se ne andò con le orecchie rosse.
«Ti diverti?» chiese Tuck.
«Molto.»
«Mi stai prendendo per il culo.»
«Anche.»
Tuck si chinò verso di lei.
«Non è il posto per fare la puttana.»
Livia guardò il locale.
«Perché? Qui prendono solo contanti?»
«Abbassa la voce.»
Lei bevve. Il vino sapeva di qualcosa che avrebbe potuto usare per pulire un reperto.
Un bicchiere esplose contro la parete. L'operaio che poco prima aveva schiaffeggiato il compagno era finito per terra. Il naso gli pisciava sangue. Qualcuno gli sferrò un calcio mentre cercava di rialzarsi. Il proprietario urlò di pulire quel casino o andarsene a fare in culo.
Una donna continuò a mangiare.
«Questo posto ti piace perché quando ti sei stancata te ne vai», disse Tuck.
«E tu come lo sai?»
«Loro restano qui.»
Livia avrebbe voluto dirgli che era una stronzata. Non lo era.
«Forse», rispose.
Lui bevve. Livia si sporse e lo baciò sulla guancia. Tuck si irrigidì e controllò chi avesse visto.
«Ah, già. Mi ero dimenticata che siamo clandestini.»
Fu allora che notò la vecchia.
Sedeva vicino al banco, sotto un corno acustico. Aveva un bicchiere pieno a metà e gli occhi fissi su una paratia.
Il ragazzo della manutenzione le si avvicinò e le disse qualcosa sottovoce.
La vecchia annuì.
Capovolse il bicchiere.
Il proprietario smise di pulire. L'operaio con il naso rotto interruppe una bestemmia. Un uomo abbassò la mano con cui stava indicando qualcosa a un amico.
Tuck continuava a parlare.
Livia gli posò due dita sulle labbra.
«Zitto.»
Lui le afferrò il polso.
«Che cazzo fai?»
«Zitto, Tuck.»
La musica si abbassò. Rimasero le macchine della lavanderia, il loro battere irregolare, il respiro delle persone. Poi anche quel rumore sembrò allontanarsi.
Il canto arrivò attraverso lo scafo.
Livia lo sentì prima nelle ossa della faccia, poi sotto la lingua. La tuta vibrò contro la pelle. Dal vecchio ricevitore uscì una nota così profonda che per qualche istante non riuscì a distinguerla dalla vibrazione della struttura.
Poi ne arrivò un'altra.
Non si sovrapposero. La seconda sembrò aprire qualcosa dentro la prima, una profondità che non poteva appartenere a quel suono.
Livia appoggiò una mano alla paratia.
Sentiva Zadeh intorno a sé. Non soltanto il metallo: i ponti, le gallerie, l'acqua, le vite custodite all'interno. E oltre lo scafo, una distanza che non riusciva a immaginare.
Una Nave stava cantando.
Da qualche parte, un'altra rispondeva.
Per un istante le parve che l'immensità non fosse fatta di spazio vuoto, ma di qualcosa attraverso cui quelle voci potevano riconoscersi.
Le tornarono in mente i megaliti di Kant, le cavità fra le pietre, certi suoni che non avevano un'origine riconoscibile.
Lasciò che il pensiero passasse.
Non voleva spiegare niente.
L'uomo con il naso rotto piangeva in silenzio. Una donna aveva chiuso gli occhi. Il ragazzo teneva una mano sulla parete. La vecchia non si era mossa.
Livia guardò Tuck. Lui non parlava. Non sorrideva.
Gli prese la mano. Tuck gliela strinse.
Il canto continuò ancora per qualche istante, poi le vibrazioni si ritirarono attraverso lo scafo.
La lavanderia tornò a farsi sentire.
Nessuno sembrava ricordare come si cominciasse una conversazione.
Poi, dal fondo del locale, un uomo sputò sul pavimento.
«Maledetti Dei! Che si fottano le sacerdotesse e tutto il loro Ordine del cazzo!»
Qualcuno rise. Altri continuarono a fissare la paratia.
Il proprietario rialzò la musica.
Zadeh tornò a essere Zadeh.

«Porca puttana», disse Livia.
Tuck sorrise.
«Già.»
«Perché non mi hai portata qui prima?»
«Ti avevo detto che le Navi cantano.»
«Mi avevi detto anche che i ponti bassi puzzano. Non era la stessa cosa.»
Lui rise. Livia lo baciò sulla bocca. Tuck si ritrasse appena e guardò verso il banco.
Lei gli lasciò la mano.
«Vado da quella donna.»
«Livia...»
«Che c'è?»
«Cinque minuti. Ti chiedo cinque cazzo di minuti senza che tu debba infilarti negli affari degli altri.»
«Tu passi la vita a farlo.»
«È il mio lavoro.»
«Allora dovresti farlo meglio.»
Gli lasciò un bacio sulla fronte e si allontanò.
La vecchia non si voltò quando Livia le si sedette accanto.
«Che vuoi?»
«Sapere perché hai capovolto il bicchiere.»
«Era vuoto.»
«Era pieno a metà.»
«Allora avevo voglia di sporcare il tavolo.»
Livia aspettò.
«L'hai fatto prima del canto.»
La vecchia la guardò.
«Tu che ne sai?»
«Ti ho vista.»
«Allora guardavi me.»
«Non era ancora cominciato.»
«Per te.»
Livia rimase immobile.
«Che significa?»
«Significa che adesso voglio bere.»
«Sapevi che stava arrivando.»
«Sto qui da prima che tua madre imparasse a pulirsi il culo. So pure quando cambiano i turni della lavanderia.»
«Sono di Kant. Studio...»
«Lo so chi sei. Fred si interessa alle tue pietre.»
«E tu come cazzo lo sai?»
«Come lo sanno tutti quelli che hanno orecchie.»
«Ma perché?»
La vecchia voltò il bicchiere per riempirlo.
«Chiedilo a Fred.»
Livia la lasciò lì. Avrebbe voluto afferrarla e costringerla a sputare fuori quello che sapeva. Non lo fece.
Il ragazzo era tornato dietro il banco.
«È sempre così?»
«Oggi è simpatica.»
«Chi è?»
«Una vecchia.»
«Non prendermi per il culo.»
«Allora non farmi domande del cazzo.»
Lei gli sorrise.
«Mi piaci.»
Il ragazzo si pulì le mani sui pantaloni.
«Quello che è venuto con te non sembra d'accordo.»
«Lui non è d'accordo con quasi niente.»
«Però ci stai insieme.»
«Sono una donna piena di difetti.»
Livia gli prese il polso.
«Quello che abbiamo sentito passa sempre così?»
«Niente passa sempre allo stesso modo.»
«La vecchia lo sapeva.»
«La vecchia sa un mucchio di cose.»
«E tu?»
Lui si liberò piano.
«Io devo finire il turno.»
«Hai paura di parlarmi?»
Il ragazzo la guardò. Aveva perso il sorriso.
«Ho paura di perdere il lavoro. Tu no?»
«No.»
«Appunto.»
Tuck arrivò alle loro spalle. Il ragazzo si raddrizzò.
«Come vanno le riparazioni?» chiese Tuck.
Voleva sapere quanti ricevitori fossero collegati direttamente alla struttura, chi conservasse le acquisizioni, se esistessero archivi dei canti. Il ragazzo rispose poco.
«Chi è il responsabile del turno?»
«Non ho fatto niente.»
Tuck sorrise.
«Nessuno ha detto il contrario.»
«Allora perché vuole il suo nome?»
«Perché potrei fare una buona parola per te.»
Livia vide il ragazzo guardare verso il proprietario. Vide anche che Tuck aveva notato quel movimento.
«Basta», disse.
Tuck si voltò.
«Che cosa?»
«Lascialo lavorare.»
«Gli sto offrendo un'opportunità.»
«Sì, ho visto.»
Il ragazzo prese un bicchiere sporco e si allontanò.
Tuck aspettò che fosse abbastanza lontano, poi afferrò Livia per un gomito.
«Vieni.»
Lei guardò la mano.
«Toglimi le dita di dosso.»
Lui lasciò la presa.
«Non fare la troia.»
Livia sorrise.
«Ti vergogni pure della merce che hai comprato?»
«Ce ne andiamo.»
«Devo pisciare.»
«Ti aspetto.»
«Bravo. Magari controlla che nessuno mi rubi la fica mentre sono dentro.»
Tuck serrò la mascella. Livia gli accarezzò una guancia.
«Non guardarmi così, amore. Ti vengono le rughe.»
Attraversò la sala senza voltarsi.
Il ragazzo la raggiunse nel corridoio dei servizi.
«Quello mi fa licenziare.»
«Non è il tuo padrone.»
«No. È il genere di stronzo che telefona al mio padrone.»
Livia si fermò.
«Hai ragione.»
Lui guardò la porta dei bagni degli uomini.
«Che stai facendo?»
«Una cazzata.»
«Sei sempre così?»
«Peggio.»
Gli prese la mano. Lui esitò, poi la seguì. Livia gli passò il proprio recapito prima di attirarlo dentro.
Quando Tuck la trovò, usciva dai bagni degli uomini. Aveva i capelli scomposti e la tuta allentata su un fianco. Stava ancora sistemando una chiusura.
Tuck guardò la porta alle sue spalle.
«Dimmi che non l'hai fatto.»
Livia sollevò gli occhi.
«Fatto cosa?»
«Quello.»
Lei non rispose.
«Ti sei fatta scopare da quel pezzo di merda?»
Livia si avvicinò e gli sistemò il colletto.
«Stai attento alle parole, amore. C'è gente.»
Tuck le afferrò il braccio.
«Puttana.»
«Più forte. Quello in fondo non ti ha sentito.»
La trascinò in una rientranza del corridoio.
«L'hai fatto apposta.»
«Lasciami.»
«Per farmi fare la figura del coglione.»
Livia cercò di liberarsi.
«Quella te la fai benissimo da solo.»
Tuck la spinse contro la parete. Il metallo le colpì la spalla.
«Mi fai male, stronzo.»
«Chiudi quella cazzo di bocca.»
«Prima fammi il conto. Quanto ti devo per aver scopato con uno che lavora invece che con uno dei tuoi amici?»
Lo schiaffo la prese sulla bocca mentre sorrideva ancora.
Per un istante Livia sentì soltanto il dente che le tagliava il labbro. Poi arrivò il sangue.
Tuck mollò il braccio.
Guardò verso il locale.
Prima verso il locale. Poi verso di lei.
Livia sputò per terra.
«Che cazzo guardi?»
«Livia...»
«Guarda me, stronzo.»
«Mi hai fatto perdere la testa.»
Lei rise e il taglio le tirò la bocca.
«E io mi prendo lo schiaffo e pure la colpa. Comodo, cazzo.»
Lui le si avvicinò.
«Abbassa la voce.»
«Ti vergogni? Adesso?»
«Non volevo colpirti.»
«E invece guarda che bel lavoro.»
Indicò il sangue sul pavimento.
«Questo chi lo pulisce? Il ragazzo? Gli telefoni al capo e gli dici che è stato bravo?»
Tuck allungò una mano verso il suo viso. Livia arretrò.
«Non mi toccare.»
«Stai facendo una scenata.»
«La scenata è la tua, pezzo di merda.»
Dal locale arrivò uno scoppio di risate. Tuck si lisciò il colletto. Livia seguì quelle dita lunghe e precise.
Ancora quella cazzo di eleganza.
La porta dei bagni si aprì. Il ragazzo uscì, vide Livia, poi il sangue.
«Che è successo?»
«Torna al lavoro», disse Tuck.
Il ragazzo non lo guardò.
«Stai bene?»
«Ho detto che devi tornare al lavoro.»
Il ragazzo avanzò di un passo. Tuck si voltò verso di lui. Non c'era più niente del sorriso di prima.
Livia si mise fra i due.
«Basta.»
«Ti ha fatto quello?» chiese il ragazzo.
«No, mi sono presa a schiaffi da sola. Mi succede quando sono annoiata.»
Lui non rise.
«Vai», gli disse. «Ci sentiamo.»
Il ragazzo esitò, poi si allontanò, leggermente curvo, una mano sotto lo sterno.
«Andiamo a casa», disse Livia.
Tuck guardò il sangue sul pavimento.
«Tutto qui?»
«Che vuoi, una ricevuta?»
Lui aprì la bocca. La richiuse.
Livia gli passò accanto. Si fermò dopo pochi passi. Abbassò gli occhi, controllò la tuta, le scarpe. Il labbro le pulsava e la spalla faceva male.
Tuck la raggiunse.
«Vieni.»
Lei guardò la mano che lui le tendeva.
«Quella mettitela in tasca.»
Attraversarono la sala uno accanto all'altra.
Il proprietario riconobbe Tuck e gli andò incontro.
«Allora, ti sei divertito?»
«Molto. Hai messo su un bel posto.»
Gli strinse la mano.
«Sei un gran figlio di puttana, Tuck. Vieni più spesso.»
«Contaci.»
Il proprietario vide Livia. Il sorriso gli si fermò.
«Signora, si è fatta male?»
Tuck le appoggiò una mano sulla schiena.
«Una sciocchezza. Un incidente.»
Livia sentì le dita premere attraverso la tuta.
«Sono caduta», disse.
Il proprietario annuì.
«Certo. Succede.»
Tuck gli chiese notizie del figlio. L'uomo cominciò immediatamente a raccontare.
Livia rimase accanto a loro con il labbro spaccato.
Quando finirono di salutarsi, Tuck la accompagnò verso l'uscita. Lei avrebbe voluto mordergli la mano.
La vecchia era ancora al banco. Guardò Livia e si soffermò sulla bocca gonfia.
«Ti è piaciuto?»
Livia esitò.
«Il canto?»
La vecchia annuì.
«Moltissimo.»
«Allora la prossima volta ascolta meglio.»
«Che cosa dovrei ascoltare?»
La donna bevve. Non rispose.
Tuck fece cenno a Livia di muoversi. Lei rimase ancora un istante a guardare la vecchia, poi lo seguì.
Nel corridoio esterno la lavanderia continuava a battere contro lo scafo.
Tuck camminava davanti. Aveva finalmente indossato la giacca.
Livia lo osservò allontanarsi di qualche metro. Poi si fermò.
«Voglio tornarci.»
Lui si voltò.
«Dove?»
«Lì.»
«Ma vaffanculo, Livia.»
Lei si appoggiò alla parete. La scarpa le stava massacrando un piede. Se la tolse.
«Devo parlare con quella vecchia.»
«Ti ho sentita.»
«E voglio le registrazioni del ricevitore.»
Tuck tornò indietro.
«Hai appena scopato con un operaio e pensi ancora a quelle stronzate?»
«Non sono stronzate.»
«Ti rendi conto che cosa mi hai fatto fare?»
Livia abbassò gli occhi sulla scarpa.
«Non ti ho fatto fare un cazzo.»
Lui avanzò di un passo. Livia si irrigidì prima ancora che la raggiungesse.
Tuck se ne accorse.
«Adesso hai paura di me.»
«Che cazzo ti aspettavi?»
«Non sono un mostro.»
«Non l'ho detto.»
«Lo stai pensando.»
«Penso che mi hai spaccato la bocca. È abbastanza?»
Tuck rimase zitto. Livia rimise la scarpa.
«Voglio quelle registrazioni», ripeté.
Tuck scosse la testa.
«Sei incredibile.»
«Lo so.»
«Potresti mettere nei guai della gente.»
Lei lo fissò.
«Questo dovresti saperlo tu.»
Ripresero a camminare.
Più salivano verso i quartieri residenziali, più Zadeh cambiava odore. Sparirono il detergente industriale, il grasso, il sudore, i vestiti umidi. L'aria diventò fresca, pulita, vagamente profumata.
Anche le superfici cambiarono. Niente giunture rattoppate, niente fili a vista, nessuno che bestemmiasse contro una macchina guasta.
Livia si fermò davanti a una parete lucida e si guardò. Una piccola crosta di sangue le segnava l'angolo della bocca.
Tuck si fermò dietro di lei.
«Dovremmo farlo controllare.»
«Chiami il medico del notiziario? Così almeno ci facciamo fare una bella intervista.»
Lui non rispose.
«Se vuoi che me ne vada, dimmelo.»
«Non ricominciare.»
«Da casa tua. Da Zadeh. Da dove cazzo vuoi.»
«Sei ubriaca.»
«Sì. E ho male.»
Tuck abbassò gli occhi.
Livia aspettò.
«Non voglio che te ne vada.»
«E allora che cazzo vuoi da me?»
Tuck cercò una risposta. Non la trovò.
Livia gli prese la mano.
«Andiamo, va'.»
Dopo qualche minuto Tuck cominciò a parlare degli archivi acustici. Conosceva qualcuno che avrebbe potuto aiutarla. Forse si potevano ottenere le registrazioni senza disturbare il personale della lavanderia. Bisognava controllare le autorizzazioni.
Livia lo ascoltò. Era già tornato l'uomo capace di aprire qualunque porta.
A casa si fermarono davanti allo specchio. Tuck le sfiorò il viso.
«Mi dispiace.»
Livia lasciò che la toccasse.
«Lo so.»
«Non succederà più.»
«Non dirlo.»
«Perché?»
«Perché poi magari ci credi.»
Tuck ritirò la mano. Livia gli tolse la giacca dalle spalle e la lasciò cadere sul pavimento.
Lui la guardò senza capire.
Erano ancora arrabbiati. Lei aveva ancora male. Nessuna delle due cose le impedì di desiderarlo, e questo la fece incazzare più di tutto il resto.
Gli prese la mano e lo attirò verso di sé.
La porta della camera si chiuse.
Più tardi il letto era spostato dalla parete. Una chiusura della tuta giaceva sul pavimento, spezzata.
Livia sedeva sul bordo, nuda sotto il lenzuolo, con il labbro gonfio e una mano premuta contro il fianco.
Gli aveva chiesto di essere brutale. Poi gli aveva detto basta.
Lui aveva continuato.
Adesso Tuck era seduto a terra, la schiena contro il letto.
«Non so che cazzo mi è preso.»
Livia guardò la chiusura rotta.
«Io sì.»
«Non sono così.»
Lei si chinò a raccogliere il pezzo di plastica. Le fece male il fianco.
«E questo chi l'ha rotto?»
«Te ne compro un'altra.»
Livia rise. Il taglio sul labbro si riaprì.
«Ma certo. Mi spacchi la faccia, mi rompi la roba e poi me la ricompri.»
Tuck abbassò la testa.
«Mi dispiace.»
«Lo so.»
«Perché mi fai diventare così?»
Lei lo fissò. Eccolo. Il problema era di nuovo lei.
«Vaffanculo, Tuck.»
Lui non rispose. Livia avrebbe voluto prenderlo a calci. Dirgli di raccogliere la sua cazzo di giacca e andarsene.
Invece gli passò una mano fra i capelli.
«Vieni qui, vecchio bastardo.»
Tuck le appoggiò il viso sulle ginocchia. Lei continuò ad accarezzarlo.
Poi guardò la chiusura della tuta, rotta sul pavimento.
«Quella la paghi tu.»
Quando finalmente si addormentò, Livia si alzò. Recuperò la tuta, constatò che la chiusura non teneva più e indossò qualcos'altro. Davanti allo specchio guardò il labbro gonfio.
«Pezzo di merda», mormorò.
Al terminale trovò la registrazione del canto. La avviò. Dal ricevitore uscì un rumore profondo, frequenze schiacciate una sull'altra. Mancava lo scafo. Mancava la vibrazione che le era entrata nelle ossa.
Riascoltò l'inizio. Una risata, una sedia trascinata, un bicchiere appoggiato troppo forte. Poi le voci diminuivano.
Il proprietario aveva abbassato la musica prima che lei sentisse la prima nota. La vecchia aveva capovolto il bicchiere ancora prima.
Isolò quei secondi. Un filtro fece comparire qualcosa che sembrava una sillaba. Aumentò la definizione; la sillaba diventò un'altra. Provò ancora e sparirono entrambe.
«Vaffanculo.»
Cancellò le elaborazioni. I dati non dimostravano un cazzo. Il ricevitore poteva captare prima di un orecchio umano; chi abitava lì poteva conoscere segnali che lei ignorava. Poteva essere una coincidenza.
Annotò gli intervalli temporali. Non le interpretazioni.

Poi aprì la lettera di Fred.
Una delle osservazioni sui reperti di Kant era impeccabile, un'altra la faceva incazzare perché era corretta, la terza le sembrava una sciocchezza sorprendente in un uomo del genere.
Fred non aveva pubblicato le loro lettere né sostenuto pubblicamente le sue teorie. Aveva soltanto lasciato sapere che le scriveva.
Era bastato. I colleghi che prima deridevano le sue mura adesso chiedevano gli studi. Perfino Tuck le prestava un'attenzione nuova. E una vecchia dietro una lavanderia sapeva chi fosse.
«Che cazzo vuoi da me, Fred?»
Entrambi venivano da Kant. Forse per lui era soltanto curiosità verso la propria origine. Ma perché rendere pubblica la corrispondenza?
Si immaginò Fred che le diceva di aver visto qualcosa nei suoi reperti che nessun altro aveva riconosciuto. La fantasia le piacque.
«Povera stronza.»
Scrisse la risposta. Accettava un'obiezione, ne contestava due. Se Fred voleva darle torto, poteva farlo davanti alle pietre. Rilesse. Era insolente. Bene.
In fondo aggiunse una domanda.
Perché ha voluto che si sapesse della nostra corrispondenza?
La fissò a lungo. Poi la cancellò. Non nominò il canto. Inviò la lettera.
Nei ponti bassi il ragazzo della lavanderia era seduto sul pavimento del proprio alloggio. Aveva vomitato due volte. Il dolore sotto lo sterno gli risaliva fino al collo.
Il sistema medico gli consigliò assistenza.
«Fottiti.»
Non poteva perdere un altro turno. E dopo quella serata con Tuck bastava una parola sbagliata per finire nella merda.
Pensò a Livia. Bella da far male e matta da legare. Gli sarebbe piaciuto rivederla, anche se era una pessima idea.
C'era una cosa che voleva dirle. Qualcosa sulla vecchia, sul suo comportamento prima del canto. Forse non significava nulla.
Aprì un messaggio.
Livia, quella vecchia non...
Il petto gli si serrò. Provò a inspirare. La gola era libera, ma l'aria non entrava.
«Merda.»
Il sistema medico alzò il livello di allarme. Il ragazzo attivò il soccorso, poi cercò di raggiungere la porta. Oltre c'era il corridoio; nel corridoio ci sarebbe stata aria. Era una stronzata, ma non riusciva a pensare a niente di meglio.
Si trascinò fino al mobile dell'ingresso, lo urtò con la testa e cadde sul fianco.
L'ultima cosa che sentì fu la voce gentile del sistema medico.
Quando arrivarono i soccorsi, il terminale era sul pavimento. Il messaggio non era partito. La prima valutazione non trovò una causa riconoscibile per l'asfissia.
Livia tornò in camera. Tuck dormiva su un fianco, la mano aperta sul lenzuolo. Gli scostò i capelli dalla fronte.
Era bellissimo. Quel figlio di puttana era ancora bellissimo.
Si infilò nel letto con cautela. Il fianco le faceva male.
Tuck si mosse.
«Dove sei stata?»
«A lavorare.»
«Con Fred?»
«Sì, Tuck. È venuto fin qui a scoparmi sul tavolo della cucina.»
«Sei una stronza.»
«Lo so, amore.»
Tuck le cercò la mano sotto il lenzuolo.
«Resta qui.»
Lei gliela lasciò trovare.
«Sono qui.»
Pensò al ragazzo. Gli avrebbe scritto il giorno dopo. Voleva sapere che cosa avesse visto prima del canto. E voleva rivederlo.
«Ti amo», mormorò.
Tuck non rispose. Livia chiuse gli occhi.
Nei ponti bassi, il terminale del ragazzo era ancora acceso.
Il messaggio non era mai partito.
Livia, quella vecchia non...